IL PROFUMO DELLE MAGNOLIE,
per tutti gli amanti dei ricordi e i custodi della memoria; per quelli che non dimenticano il passato e ne tengono acceso il fuoco, indipendentemente da ciò che accade.
Sarà una composizione protesa verso il passato, come se il tempo non fosse mai trascorso ed il vento in questi decenni abbia soffiato alla ricerca di un suono sul quale posarsi.
E’ una melodia che racconta ricordi d’infanzia, fra i miei ricordi più belli, circondati da profumi e fiori bianchi, in un mondo che non esiste più.
Io penso che il maggior ostacolo alla vita sia l’attesa: essa fa dipendere tutto dal domani e, intanto, sciupa l’oggi. Bisognerebbe vivere più attentamente il presente pensando a se stessi, profondamente e senza compromessi, anche a costo di rimanere senza forze; perché la vita, con tutti i suoi misteri, ci spinge sempre ad un perenne rinnovamento, che porta l’essere verso l’ignoto. L’ignoto, irrompendo nell’avventura conoscitiva, trasforma sempre più la ragione della concordanza in fatti veri e propri, avvicinando la nostra mente a quel sentimento descritto da Freud nell’analisi dell’intuizione. (Si, lo so, ultimamente sto leggendo anche Freud).
Ecco allora che l’Infinito intravisto nelle emozioni lontane diventa più intimo, come tutti i ricordi a noi più cari, e non è più fuori, ma è qui e adesso, nell’anima di ognuno di noi.
In chiusura penso che nessuno abbia il diritto di reprimere la nostra facoltà di espressione,
che per alcuni è quasi un dovere.
Non bisogna mai abbandonare l’idea di poter fare della propria vita qualcosa di straordinario, non bisogna mai permettere che la vita ci passi accanto senza averla vissuta. (In questa mia ultima considerazione c’è anche un po’ di John Lennon).
Vi invito a leggere.
Leggete perché c’è un universo da scoprire negli scritti.
Io leggo continuamente e questa attività apre la mia mente a nuovi concetti, a nuovi ragionamenti,
prettamente filosofici,
che poi rielaboro la notte, mentre tutti dormono.
So che tra voi ci sono persone estremamente dotte che leggono con attenzione quello che in maniera poco chiara scrivo. La notte mi induce a incastrare parole e pensieri senza grandi pretese, e poi, a produrre musica, come se la mia mente iniziasse a danzare nel silenzio della mia solitudine.
Ogni tanto ricordo quando ero bambino, ed ero costretto a inventarmi passatempi per intrattenere il mio ego. Il pianoforte mi fu molto di aiuto, soprattutto quando mi innamorai per la prima volta.
Sono indubbiamente dolorose le solitudini dei bambini, però credo e sono convinto che di fronte ai disagi, l’infanzia si difenda meglio della maturità,
di fronte alle sofferenze e alle difficoltà, i bambini sappiano rispondere meglio.
Io ho visto dei bambini giocare per interi pomeriggi sul terrazzo di casa della propria nonna con un pezzo di legno, completamente isolati e assenti dal circostante umano, ma, con ogni probabilità, in contatto con qualche universo lontano.
Con la mia musica esprimo quello che ho sempre pensato, ovvero che ci sia troppo poco merito nella virtù sonora e ben poca colpa nell’errore melodico, anche perché non ho ancora capito bene, malgrado i miei quarantadue anni, che cosa sia esattamente la virtù sonora e cosa esattamente sia l’errore melodico, perché basta spostarci di latitudine e vediamo come i valori musicali diventano disvalori e viceversa.
Penso però sia opportuno riuscire ad esercitare al meglio un potere che ci è offerto sin dalla adolescenza: il poter scegliere. Io ho scelto più volte quale strada musicale intraprendere, ed una cosa mi rende fiero: non ho rimpianti.
I ragazzi della nuova generazione, quelli che fanno la musica in “mainstream”, si uniformano gran parte ad un unico suono, cercando di individuare la melodia che piace di più al pubblico; sono giovani che sanno molto bene come puntare al guadagno monetario, grande o piccolo non importa, l’importante è far milioni di ascolti in streaming.
Questi pseudo ingegneri del suono, rapper o trapper, conoscono meglio di noi l’andamento delle mode musicali.
Io da oltre dieci anni, mi scontro con questa ingiustizia digitale, pertanto sono all’interno della problematica da tempo, ma noto che molti addetti ai lavori della mia generazione, da poco tempo hanno iniziato a capire cosa stia succedendo con le piattaforme; i ragazzi invece lo sanno molto bene, ma non hanno un termine di paragone col passato,
sanno com’era,
ma non hanno vissuto l’emozione di fare una musica destinata a un oggetto chiamato disco che veniva poi venduto nei negozi;
loro sanno che la loro musica viene diffusa in rete attraverso Instagram o Tik Tok e novanta volte su cento si perde in questo flusso immenso di informazioni al quale la gente non riesce a star dietro. Quindi la gente in realtà poi viene completamente addomesticata dagli algoritmi, dalle visualizzazioni e dall’onda popolare più coinvolgente.
Ammettiamolo, la nostra società non se la passa così bene dal punto di vista relazionale e umano, ha bisogno di rinforzi utopistici da reinventare, di nuovi orizzonti da immaginare e per cui camminare, di sentieri luminosi da ritrovare insieme alle grandi ombre che li accompagnano inevitabilmente.
Mi auguro sempre che in ogni famiglia e in ogni scuola si ascoltino i segni lasciati da Fabrizio De André, Fryderyk Chopin, Bach; auspico che docenti ed educatori lungimiranti possano accompagnare e supportare le nuove generazioni alla ricerca delle loro tracce;
spero che la bellezza della musica e delle parole possa nutrire le coscienze dei più giovani, lasciati in pasto a un mondo troppo virtuale.
Nel cuore e nella mente credo che la scrittura e la musica possano tornare a corroborare le anime con tracce di libertà e autenticità, senza le quali non esiste felicità alcuna.
Quando non sai fare niente, iniziano delle cose che si chiamano invidia, arroganza e prepotenza. Tutto questo genera insensata violenza, ma se si sa fare bene il proprio lavoro non serve invidiare; e poi invidiare chi? uno che è più bravo di te?
io non ho mai invidiato un pianista che è più bravo di me;
ne ho conosciuti tanti e ce ne sono tanti migliori di me.
Ho conosciuto tanti musicisti più colti e preparati di me, che han fatto un sacco di cose, anzi mi sembrava bello poterci stare insieme un’oretta.
Chi ammiro io? no, è meglio che dica che cosa rispetto: io rispetto il talento, il vero talento che è tutto il contrario del bluff;
rispetto la fedeltà, la vera fedeltà che è tutto il contrario dell’amicizia superficiale e passeggera,
rispetto la sincerità, persino la crudele sincerità che è tutto il contrario dell’ipocrisia.
Ammiro le persone che tacciono e che ascoltano.
Rispetto le persone umili, non quelle arroganti e saccenti.
Amo soprattutto le persone che leggono.
Amo quando leggi da un libro e impari parole nuove, quando ascolti nuovi silenzi, quando chiedi a una nuova felicità di stupirti. Amo quando incontri nel tuo viaggio persone capaci di passeggiarti dentro.
Bisognerebbe promuovere l’arte della gentilezza e prendere le distanze da ogni guerra che non ci appartiene.
Bisognerebbe imparare a guardare,
ad osservare.
Bisognerebbe raccontare alla propria rabbia che esiste il perdono e parlale di quell’abbraccio che vorresti ed è da troppo tempo che non trovi.
Bisognerebbe uscir fuori e respirare.
Bisognerebbe ringraziare di essere liberi,
liberi nel proprio corpo.
Bisognerebbe ringraziare soprattutto quando sembrerà di non possedere niente.
Di non essere niente.
Ogni giorno trascorso in salute è un miracolo da onorare.
Bisognerebbe tornare al passato solo per ricordare chi siamo stati e per ammirare cosa si è diventati,
altrimenti basta scegliere il presente; tanto è lì che si vive, che si crea, che si inventa.
È lì che si esiste.
Nel presente.
Un po’ di noi è sparso ovunque, bisogna ricordarlo sempre.
Noi siamo negli occhi vivi dei bambini che sorridono, nei gesti stanchi degli anziani che raccontano, siamo sul dorso delle foglie stese al sole.
Noi siamo nel canto delle conchiglie dove soffia il vento, nel cuore silenzioso delle stelle.
Non dovremmo mai smettere di chiederci chi siamo, di puntare alla felicità e di credere nei sogni.
Non dovremmo mai smettere di cercarci.
Io penso che la vita, più che una corsa verso la morte, sia una disperata fuga dalla nascita.
Quando veniamo al mondo affrontiamo una sofferenza e un disagio che ci portiamo avanti tutta la vita, un passaggio traumatico da una situazione conosciuta all’ignoto. Questo è il primo grande disagio.
Il secondo, non meno traumatico, è quando ci rendiamo conto che dovremo morire. Per me questa spaventosa consapevolezza è arrivata molto tardi e ancora cerco di comprenderla.
L’uomo diventa adulto, spirituale o altro, quando riesce a superare questi disagi senza ignorarli.
Ora, se a essi si aggiunge anche l’esercizio della solitudine, ecco che allora forse, a differenza di altri che vivono protetti dal branco, alla fine della tua vita riesci a “consegnare alla morte una goccia di splendore”, come recita quel grande poeta colombiano che è Alvaro Mutis.
Se ti opponi, se ti rifiuti di attraversare e superare alcuni disagi, per sopravvivere ti organizzi affinché siano gli altri a occuparsene e deleghi. Questa rinuncia ti toglie dignità, ti toglie entusiasmo.
Credo che l’uomo, per salvarsi, debba sperimentare la tecnica della solitudine.
La solitudine, come scelta o come costrizione, è un aiuto: ti obbliga a crescere.
Questa penso sia la salvezza.
In fine penso che il nostro tempo segnala la decadenza di alcuni ideali, ed è il tempo, come vide benissimo Pasolini, del dominio degli oggetti; ne parlava anche Gaber in “Polli d’allevamento”: gli oggetti hanno preso il potere, diceva. Siamo dei polli che beccano compulsivamente, senza sosta e senza pace.
______________________ SMP.
